domenica 17 giugno 2012

Mili San Marco terra di monaci

La vallata di Mili ha vissuto un'intensa vita monastica nel corso dei secoli passati, non solo per la presenza del famoso monastero di Santa Maria in Mili San Pietro, ma anche per l'esistenza di almeno altri tre cenobi «minori» dislocati proprio su quello che oggi è il territorio di Mili San Marco.

Antico convento in Mili San Marco
Mi riferisco ad un'antico convento edificato nei pressi della vecchia stradina che porta al cimitero, alla più nota chiesa di San Nicola e ad un presunto monastero sito in contrada Tanniti, di cui oggi non esiste più traccia alcuna.

Non è possibile stabilire quando questi edifici siano stati costruiti ma possiamo azzardare, almeno per la chiesa di San Nicola, di essere attorno al 1500. Il primo edificio, quello ai «piedi» della vecchia strada per il cimitero, presentava sulla propria facciata, sopra la porta d'ingresso, uno stemma papale trafugato in epoca recente. Questo particolare potrebbe farlo appartenere all'ordine cistercense, un ordine monastico di diritto pontificio che nel loro stemma riporta una mitria e due pastorali. Oggi la facciata è crollata all'80% ma è ancora possibile ammirarla.

Il secondo cenobio sorgeva dove oggi si trovano i ruderi, della chiesa cosidetta di San Nicola, in cui restano visibili delle nicchie d'altare e qualche stipite con fregio cinquecentesco (leggi Le chiese di Mili San Marco: il mistero della croce).

L'ultimo monastero, secondo una tradizione puramente orale, sorgeva in contrada Tanniti, e probabilmente era un convento con funzione «strategiche» che serviva il monastero di Santa Maria. L'esistenza di questi conventi riempiva i sentieri e le mulattiere del tempo di monaci e confratelli contribuendo a creare un'atmosfera unica e estremamente suggestiva.

Rudere della Chiesa di San Nicola
Secondo la leggenda la vita monastica siciliana ha inizio con l'arrivo dalla Palestina di San Ilarione nel 363. La caduta dell'Impero Romano d'occidente nel 476 favorisce un rafforzamento delle cultura greco-bizantina nella Sicilia orientale che «sboccierà» nella costruzione di numerosi monasteri basiliani, le cui tracce rimarranno indelebili nel Valdemone (triangolo Taormina-Messina-Milazzo).

I monasteri basiliani appartenevano alla chiesa bizantina ed erano autonomi e retti da un abate a vita eletto dai monaci. I religiosi conducevano vita cenobica ispirata al San Basilio di Cesarea, detto il grande Santo e dottore della Chiesa, fratello di Gregorio di Nissa che studiò a Costantinopoli ed Atene. Ordinato sacerdote praticò per un certo periodo di tempo l'ascetismo, poi tornò a Cesarea, dove fu attivo nella lotta contro l'arianesimo, credo dell'imperatore Flavio Giulio Valente. Vescovo di Cesarea vi pronunciò famosissime omelie, scritti ascetici, dogmatici, epistole. Importante fu la sua opera di legislatore della vita monacale.

Il monachesimo dell'ordine basiliano si diffonde in Sicilia già dal 370, avendo San Basilio inviato suo fratello, San Pietro vescovo di Sebaste, con la sua regola in lingua greca, tradotta da Ruffino, per propagarla nell'isola e nella penisola. Tuttavia la sua presenza diviene massiccia dal 533, a seguito della conquista dell'isola da parte del generale bizantino Flavio Belisario. In tale epoca l'ordine basiliano assume caratteri contemplativi ed eremitici, spesso «sostenitore di incisive teorie filosofico-politiche al governo» e non di rado anche al papato.

Un cenobio, ispirato alla vita del santo di Cesarea, venne costituito in questa epoca in Mili San Pietro, dove, in seguito, al tempo del Conte Ruggero verrà edificato il Monastero di Santa Maria.

L'istituzione di tali ordini conventuali non deve far credere che la religiosità sia penetrata tra larghi strati della popolazione, sopratutto nelle campagne, che a quei tempi viveva ai margini di una società elitaria e oppressiva.

San Ilarione San Basilio
La penetrazione musulmana nella Sicilia orientale e le conseguenti distruzioni operate dai Saraceni non spengono la tradizione monastica, pur se, logicamente, subisce una crisi. Gli arabi conquistano Messina nell'843, Taormina nel 902 e, dopo una lunghissima resistenza, Rometta nel 965. Data l'epoca di lotte e di miseria è probabile che i monaci si siano limitati a occuparsi nell'opera di copisti, sopratutto di testi sacri necessari per la vita conventuale, mentre generalmente la loro giornata trascorreva, secondo la tradizione orientale, «aut legendo, aut scribendo, aut agricoltura laborando».

La conquista normanna della Sicilia, avvenuta tra il 1060 e il 1080 ad opera del Conte Ruggero, pone fine a quasi due secoli di dominio musulmano e restituisce l’isola alla cristianità. Inizia l’organizzazione giuridico-amministrativo della Sicilia, seguita dalla restaurazione e dalla fondazione delle istituzioni religiose.

Fino al 1061 in Sicilia non esisteva alcun monastero latino, essendo i precedenti monasteri basiliani bizantini: durante la dominazione normanna «ve ne furono fondati una cinquantina, di cui una decina sono nel messinese, da Tusa a Tremestieri e soprattutto nella o presso la città». L’edificazione della Badia di Santa Maria risale proprio a questi anni (1090).

Contrada Tanniti, Mili San Marco
Tra il 1131 e il 1134 il re Ruggero II provvede alla sistemazione dei monasteri siciliani, trasferisce la sede vescovile da Troina a Messina e attribuisce il titolo di archimandrita al padre superiore del monastero del Santissimo Salvatore, da lui stesso fatto erigere nella zona falcata del porto in memoria dei dodici patrioti messinesi impiccati dagli arabi perchè sostenitori dei Normanni.

L’istituzione di monasteri e vescovadi ad opera dei Normanni non fu senza beneficio per gli abitanti dei casali, in quanto «il primo passo alla trasformazione del villanaggio fu attuato proprio nei territori dei monasteri e dei vescovadi, i quali ridussero largamente le angarie, cioè gli oneri personali e le prestazioni reali».

Va ricordato, ancora, che durante il regno di Federico II (1198-1250) il sovrano dotò le coste ioniche di fortificazioni, favorì la realizzazione di strade e si prodigò alla costruzione di diversi monasteri cistercensi, sopratutto nel messinese. Lo stesso imperatore, alla sua morte, volle essere vestito con saio dei Cistercensi.

Nel XIV secolo i monasteri basiliani subiscono una profonda crisi, causata dalla alienazione a privati dei beni ecclesiastici e, soprattutto, dall'opposizione degli Svevi che gli preferiscono i Cistercensi, sia per motivi politici sia perché il territorio era troppo vasto perché restasse solo dominio dei monaci.

Nel 1290 il legato pontificio scriveva a papa Nicolò V che moltissimi monasteri greci della diocesi di Messina risultavano abbandonati in completa miseria. La crisi religiosa si acuisce sempre più, tant'è vero che nel 1328 risultavano presenti due o tre monaci per monastero.

Nel 1355 le abbazie basiliane furono date in commenda: «i commendari non abitavano nelle abbazie, affidavano l'amministrazione dei beni a procuratori con conseguenti alienazione e usurpazioni», come risulta da visite regie compiute negli anni successivi. La crisi si accentuò nel 1421, quando papa Martino V esentò i monaci basiliani dalla giurisdizione archimandriale, assegnandoli rendite autonome e indipendenti.

Le notizie storiche ci portano poi al 1650, in cui sappiamo che esistevano ancora sei monasteri greci nei casali di San Filippo, Mili, Massa, Gesso e Bordonaro sotto abati greco-latini questo nonostante il tentativo effettuato alla fine del '500 dall’archimandrita di Messina, Felice Novello, di abolire e di distruggere gran parte dei monasteri siciliani. In contrapposizione, negli stessi anni, si registra una rinascita dei monasteri cistercensi, che, dipendenti dalla Congregazione romana, assumono funzioni di noviziato, come avviene nel vicino villaggio di Larderia, presso il monastero di Santa Maria di Roccamotore.

Chiesa di Santa Maria in Mili
Era uso che i conventi si occupassero dello sfruttamento dei terreni provvedendo a bonifiche, all’introduzione di altre colture, soprattutto vigneti, e alla coltura del baco da seta, accudito in costruzioni attigue ai monasteri, attrezzate di caldaie e manganelli utili al successivo nutricato, termine dialettale che si riferisce proprio all'attività della bachicoltura.

La vita dei monasteri, sopratutto in quelli di Roccamotore e di Santa Maria in Mili, comincia a arguire. Un primo durissimo colpo arriva nel 1860 dopo l'annessione della Sicilia al nuovo Regno d’Italia di Vittorio Emanuele II; il colpo mortale giunge con il terremoto del 1908, che contribuisce al definitivo abbandono di numerosi edifici religiosi e complessi conventuali.

In questo breve excursus storico si collocano, in modo indefinito, i tre conventi di Mili San Marco, di cui purtroppo non sapremo mai né chi sia stato a costruirli né quale sia l'anno esatto della loro costruzione, ma che comunque sono parte integrante del nostro «glorioso» passato.

Bibliografia:
E. Tocco, La Sicilia in Pericolo, Como, SugarCo Edizioni, 1988
G. M. Allone, S. Vadalà, Il III quartiere Normanno, Messina, E.D.A.S., 1995

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