martedì 6 settembre 2011

I milesi contro le truppe francesi di Giocchino Murat

Il 18 Settembre del 1810 gli abitanti di Mili San Marco, e dei villaggi di Galati, Santo Stefano e Briga, sono stati i protagonisti di un’azione coraggiosa che li ha visti attori nel respingere il tentativo di sbarco delle truppe francesi di Gioacchino Murat alla conquista dell’isola.

Gioacchino Murat, 1808
Nel 1810 Messina e la Sicilia erano sotto il controllo militare dell’Inghilterra, allora alleata con Ferdinando di Borbone che, per sfuggire all’invasione francese decretata da Napoleone Bonaparte, si era rifugiato a Palermo, come già era avvenuto nel 1799 con la proclamazione della Repubblica Partenopea.

Nel 1808, Napoleone dopo che il trono sottratto ai Borboni si era reso vacante per la nomina di Giuseppe Bonaparte a re di Spagna, aveva nominato re di Napoli il cognato Gioacchino Murat.

Questi, muovendosi da Napoli per la conquista della Sicilia, giunse nella cittadina di Scilla il 3 giugno 1810 e vi restò sino al 5 luglio dello stesso anno, quando fu completato il grande accampamento di Piale. Nel breve periodo di permanenza, Murat fece costruire i forti di Torre Cavallo, Altafiumara e Piale, quest'ultimo con torre telegrafica (telegrafo di Chappe).

Torre Cavallo Castello di Altafiumara Fortino di Piale
Durante quel periodo, lo Stretto di Messina fu teatro di cruente battaglie nelle quali si fronteggiarono le cannoniere e i vascelli delle due armate.

Il 9 giugno 1810, 20 navi cannoniere francesi, armate di grossi calibri, furono affondate nei pressi di Bagnara; il 22 giugno un poderoso combattimento si sviluppò tra Bagnara e Palmi nel quale si affrontarono una divisione francese con 70 navi e 40 cannoniere e una flottiglia di 38 grosse navi cannoniere inglesi e siciliane comandate dal Capitano Natoli e dai tenenti Cafiero e Bass, durante il quale malgrado l’affondamento della nave del Capitano Natoli, la squadra francese, avuta la peggio, fu predata di artiglierie, viveri e munizionamento.

Ma l’11 settembre, tutte le cannoniere francesi, riunite e riparate sotto le Batterie di Pentimele e di Reggio sferrarono un terribile attacco contro la squadra navale inglese costituita dai vascelli Vittorioso, Canopo e Guerriero, coadiuvati dalla corvetta Araldo. Lo scontro durò da mezzogiorno fino a tarda notte, con orrendo frastuono di colpi dovuto ad oltre 6.000 cannonate sparate dai due schieramenti.

Porto di Reggio Calabria, 1791
Temendo nei giorni seguenti un possibile e risolutivo attacco francese sulla costa peloritana, il Generale Sir John Stewart, comandante in capo le truppe britanniche rivolse ai cittadini messinesi una chiamata alle armi generale ed un accorato appello alla resistenza per supportare la guarnigione inglese nella difesa della spiaggia. Tale dimostrazione di fiducia nella popolazione ottenne l’effetto sperato: un’infinità di villici, armati di forconi, di accette e di fucili da caccia, desiderosi di dar prova del loro valore, si riversarono sulle spiagge cantando i versi di questa patriottica canzone:
Chi su brutti sti facci di ‘mpisi,
senza scarpi, cosetti e cammisi;
quannu i viditi, tiratici ‘mpanza,
viva li ‘Ngrisi, mannaja la Franza!
Il 17 settembre approfittando del vento sfavorevole agli Inglesi che avevano ritirato le navi nel porto di Messina, agli ordini del re Gioacchino distaccamenti del 3° e del 4° reggimento fanteria di linea, del 2° reggimento cacciatori napoletani, al comando del maresciallo di campo Zenardi, e del battaglione corso, fanno vela verso Scaletta. Dall'insenatura di Pentimele partiranno in tutto 80 navi francesi con a bordo più di 3000 soldati al comando del generale Cavignac. Un forte vento di scirocco impedì alla flotta inglese e siciliana di sorprendere il naviglio francese che raggiunse senza particolari problemi le coste delle Sicilia. La marea tuttavia non permise alla flotta nemica di approdare a Scaletta e ripiegò per il tratto della marina compresa tra i villaggi di S. Stefano, Galati e Mili, ove sbarcarono uomini, cannoni e munizioni.

Alle prime ore dell'alba del 18 settembre 1810, grazie all’allarme delle sentinelle che diedero il segnale col suono di campane e tamburi di aver avvistato i francesi avviarsi per le montagne, migliaia di contadini lasciarono i casali, armati anche di sassi e bastoni, e si lanciarono alla difesa della costa. Accomunati dal sentimento patriottico, ansiosi di incontrare il nemico e desiderosi di mostrare il proprio valore, gli abitanti dei villaggi occuparono le alture, decisi a sbarrare il passo all’invasore. Frattanto, gli inglesi, al comando del Generale Campbell, si misero in marcia verso Mili.

Circondati dal fuoco delle truppe regolari britanniche e dal furore dei villici, i francesi furono costretti a ritirarsi verso la spiaggia e ad imbarcarsi sulle navi cercando di allontanarsi rapidamente dalla costa.

Nelle mani dei messinesi rimasero una bandiera, molte armi e circa 1200 prigionieri, tra cui 2 colonnelli, 1 tenente colonnello e 42 ufficiali che vennero condotti in città e divisi tra la fortezza della Cittadella e il Forte S. Salvatore; il colonnello D'Ambrosio era tra i prigionieri. La bandiera invece, conquistata dagli abitanti di S. Stefano, fu portata al comando militare della città, e da questo consegnata al Senato che la fece apprendere ad un cornicione della Gran Cappella della Vergine della Lettera.

La squadra navale inglese, postasi all’inseguimento del naviglio francese, riuscì a tagliar la fuga a cinque navi nemiche cariche di soldati, che vennero catturate e condotte nel porto di Messina.

Il Comandante britannico Stewart, informato dell’eroica condotta degli abitanti dei villaggi, fece pubblicare un manifesto in cui esaltò il coraggio della popolazione e il patriottico intervento nella difesa della città.

Il 20 settembre un proclama da Scilla di re Gioacchino ai soldati annunciava che la spedizione volta alla conquista della Sicilia era rimandata in un momento più favorevole. A seguito della disfatta subita, Murat ordinò la smobilitazione rinunciando al sogno della conquista dell’Isola.

A dire il vero il Prof. Matteo Allone e il Prof. Stello Vadalà, dal loro libro sul Quartiere Normanno del 1995, ridimensionano fortemente il fatto che, dalla perdite subite dall'una e dall'altra parte, appena un solo morto e qualche ferito, sembra essere stato troppo enfatizzato dall'immaginazione popolare. Resta tuttavia un gesto audace che i nostri compaesani del tempo hanno compiuto, e tra i quali potrebbe esserci un nostro quadrisavolo o un nostro pro-pro-pro-prozio.

Il dislocamento delle truppe inglesi sulla costa messinese è stata anche il soggetto di una delle spettacolari rappresentazione del Teatro Panorama di Henry Aston Barker del 1811.

Programma di Sala
Il casuale ritrovamento di una inedita, quanto insolita stampa di Messina riferita al 1810, acquistata in un mercatino dell'usato di Londra al prezzo di 60 sterline, ha condotto ad una originale ricerca che ha evidenziato aspetti storici e alquanto curiosi riferiti alla fama che la nostra città aveva presso gli inglesi nel XIX secolo. Un'attenta e puntuale indagine ha rivelato invece che la stampa si rifà ad una rappresentazione pittorica realizzata nel luglio 1811 presso l'innovativo teatro londinese, in Leicester Square, nella quale veniva rappresentato, incredibilmente, proprio il tentativo di sbarco delle truppe francesi sulla spiaggia di Mili.

Un stele, presente nel villaggio di Mili Marina fino al 1860, ricordava l'episodio. Il monumento dovrebbe essere ripristinato, si spera, nei prossimi mesi.

Sitografia:
Vincenzo Caruso, Giorgio Serraino, Messina nei dipinti circolari del Teatro "Panorama" di Leicester Square, a Londra, www.messinaierieoggi.it, [06/09/2011]

07/09/2011
Pietro Bitto mi segnala una interessante nota, estrapolata da un documento storico riportato nell'opera Onim di Nino Spuria, che aggiunge nuovi dettagli al presente articolo: «oltre a questo ricordo della vittoria, altri ne rimasero nei villaggi. Ed infatti dalla relazione ufficiale dello scontro, si ha che il sergente Pietro Frassica, della 4ª Compagnia 2° Battaglione di Galati, fece quattordici prigionieri che consegnò agli Inglesi, ma restò in potere di un tamburo guernito di ottone da lui guadagnato ai nemici e che volle depositare nella chiesa parrocchiale di Galati. Anche un tale nativo di Pezzolo e detto «bidduni» venne in potere di un altro tamburo, e questo fu custodito invece nella Chiesa di S. Nicolò a Pezzolo da dove passò ora, come si disse, al Museo Civico di Messina. Questo fatto d'armi, venne ad ampedire, e per sempre, l'impresa di Sicilia; Murat fu fucilato al Pizzo, e l'Isola nostra venne arrestata di mezzo secolo nel progresso delle civiltà europee».
16/12/2012
Il lettore Antonino Sanfilippo mi segnala un interessante articolo uscito sul quotidiano La Repubblica il 29 Settembre 2010 che inquadra l'episodio in una meno celebrativa visione storica dell'imbelle monarchia borbonica. L'articolo completo è consultabile sul sito del magistrato Domenico Cacopardo, noto scrittore e conduttore radiofonico italiano.

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